Anche Beethoven sapeva divertirsi

Chiunque abbia un minimo di conoscenza delle vicende biografiche di Ludwig van Beethoven fa indubbiamente fatica nell’immaginare il gigante di Bonn mentre ride di cuore. Questo perché l’apporto biografico, a cominciare dalle prime testimonianze sulla sua vita scritte nel 1840 da un fedele amico, Anton Felix Schindler, tredici anni dopo la morte del compositore, tende a raffigurare Beethoven scolpito in un’espressione perennemente accigliata, pronto, in preda alla collera, ad inveire contro quei “filistei” capaci soltanto di minare la sua tranquillità, il suo silenzio innaturale, straziante, provocato da una sordità che lo afflisse per buona parte della sua infelice esistenza.

Insofferente alle relazioni pubbliche, nauseato dalla stupidità umana, il volto di Beethoven, come ce lo hanno tramandato dipinti e sculture, assume i contorni di una maschera intrisa di tristezza e amarezza. Beethoven non sorrideva quasi mai e la sua risata era sconosciuta perfino nella cerchia dei suoi amici più intimi (ossia coloro che riuscivano a sopportare meglio gli effetti nefasti del suo carattere). Così, il suo raro modo di divertirsi il sommo compositore riuscì a manifestarlo solo nei pensieri e nella sua musica: un divertimento scevro da quella drammaticità, dalla tragicità di cui sono imbevute molte delle sue pagine più celebri e immortali. A tale proposito, un divertimento umano, non titanico, non stravolto dalle dimensioni eroiche della sua visione del mondo, lo si ritrova soprattutto in un’opera, il concerto per violino, violoncello e pianoforte in do maggiore op. 56 (il celeberrimo “Triplo concerto”), che è stata registrata recentemente per l’etichetta discografica Velut Luna dal Trio Rachmaninov (formato da Stefano Furini al violino, Cecilia Barucca Sebastiani al violoncello e Alberto Boischio al pianoforte) con l’Amadeus Adriatic Orchestra e la direzione di Stefano Sacher, unitamente a un caposaldo della letteratura cameristica del XIX secolo, il Trio in re maggiore op. 70 n. 1, il cosiddetto “Ghost Trio”.

La copertina del CD della Velut Luna dedicato a Beethoven.

Il Triplo concerto è del 1804, successivo di circa due anni alla stesura del commovente e straziante Testamento di Heiligenstadt (nel quale Beethoven, rivolgendosi ai fratelli, preannunciava di farla finita con la vita per via di quella sordità che lo aveva aggredito l’anno precedente), mentre il “Ghost Trio” risale a quattro anni più tardi e dedicato, con il n. 2, all’amica contessa Anne Marie Erdòdy, una delle pochissime donne che abbiano avuto una reale e duratura influenza sulla sua vita.

Si è propensi a credere che il Triplo Concerto sia stato in realtà concepito all’inizio per solo violoncello, vista la preponderanza virtuosistica che questo strumento ha nei confronti del violino e del pianoforte. In effetti, non va dimenticato che la prima esecuzione dell’opera, avvenuta a Vienna nell’estate del 1808, vide al violoncello il famoso virtuoso Anton Kraft, mentre al violino si esibì il modesto Carl August Seidler e al pianoforte l’arciduca Rodolfo, che sebbene fosse un discreto musicista, era pur sempre poco più che un dilettante. Questo indubbiamente conferma il fatto che solo il violoncellista era l’unico interprete che potesse affrontare il peso di una scrittura tecnicamente impegnativa, senza contare che il Triplo Concerto annovera una partitura povera di elaborazioni tematiche, oltre ad essere infarcito da una certa enfasi che porta quest’opera ad essere considerata una pagina d’occasione, con la quale Beethoven strizzò indubbiamente l’occhio al cosiddetto genere salottiero, vista la presenza dell’arciduca Rodolfo a cui fu riservata l’esecuzione pianistica e la dedica al principe Joseph Franz Maximilian von Lobkowitz, altro celebre mecenate del genio di Bonn.

Il Trio, invece, vanta l’appellativo di Spettri sia per l’atmosfera per così dire “demoniaca” da cui sarebbe contraddistinto, e questo vale soprattutto per il secondo movimento, sia perché il tema presente in questo tempo è lo stesso che Beethoven annotò per un coro di streghe da inserire in un Macbeth su testo del poeta e drammaturgo austriaco Heinrich Joseph von Collin (lo stesso autore che scrisse il Coriolano e per il quale Beethoven realizzò la coinvolgente ouverture e le musiche di scena op. 62) che però non fu mai portato a termine. Questo Largo assai ed espressivo si caratterizza per via della ripetizione di due elementi strutturali i quali danno vita ad effetti del tutto nuovi nella letteratura musicale del tempo; ciò avviene attraverso un’esasperazione timbrica che porta ad assorbire gli elementi costitutivi che lo contraddistinguono, provocando in chi lo ascolta un senso di inquietudine.

Le tonalità che caratterizzano queste due opere, quella del do maggiore per il Triplo Concerto (simbolo di quella solarità così agognata dal compositore) e quella del re maggiore (dal sapore empireo, mercuriale, nella quale l’aspirazione alla felicità si scopre inscindibile dalla cupezza che farcisce l’animo dell’artista) risultano dunque emblematiche, poiché mostrano non solo il proverbiale “lato oscuro” di Beethoven, ma anche quello più raro, “solare”, aperto, in grado di offrirci un musicista che avrebbe voluto ridere di cuore, se la vita gliene avesse dato modo.

Il Trio Rachmaninov: da sinistra, Stefano Furini al violino, Cecilia Barucca Sebastiani al violoncello e Alberto Boischio al pianoforte.

La lettura fatta dai tre componenti del Trio Rachmaninov, per così dire, è double face: quasi del tutto convincente nel Triplo Concerto, assai più adeguata in quella del Trio op. 70. Si è detto che il concerto per violino, violoncello e pianoforte è fondamentalmente una pagina che si regge su una dovuta e necessaria brillantezza espositiva e timbrica, come può essere brillante una piacevole serata in cui tre amici si rivedono dopo tanto tempo e hanno molto da raccontarsi trasformando il loro incontro conviviale in una pletora di emozioni, racconti, confidenze, in cui il faceto si unisce al nostalgico. In breve, i tre strumenti, alternandosi e dialogando tra loro, “raccontano”, immettendo nei loro discorsi sonori sfumature, accenti, colori che gli interpreti, pur nel pieno rispetto della partitura (la quale, come si è detto, a parte il violoncello, non è prodiga di passaggi perigliosi e di complesse articolazioni), devono portare in superficie per evidenziare il pathos e la gioiosa e commovente apertura al mondo e all’uomo. Anche perché, ascoltando attentamente, ci si rende conto che più che un’opera concertistica (la parte orchestrale è ridotta al minimo, soprattutto nei due tempi opposti, con interventi che intendono evidenziare l’energia di determinati passaggi), il Triplo Concerto è un brano cameristico che vede la partecipazione dell’orchestra come una sorta di quarto “strumento solista”. Se inteso e considerato in questo modo, il Triplo concerto svela coinvolgenti scorci interpretativi, con un dialogo serrato soprattutto tra il violino e il violoncello, mentre la parte del pianoforte fa soprattutto da elemento di raccordo, di collante nel rapporto che s’instaura tra i due strumenti a corde.

Sulla base di ciò, bisogna rimarcare la pienezza del suono espresso dai tre solisti del Trio Rachmaninov, il lirismo che traspare dall’eloquio (senza che il tutto assuma dosi di stucchevolezza che retrodaterebbe la composizione a illogiche atmosfere rococò), il coinvolgimento che inevitabilmente deve sprigionarsi in una composizione del genere e che, tranne in rarissime occasioni (come in alcuni momenti del Largo, in cui l’afflato non raggiunge punte di lirismo assoluto), si materializza in modo accettabile, anche se a volte manca quel senso di “abbandono” (soprattutto nel Rondò alla Polacca finale), di sottile euforia che deve trasparire. Certo, i giovani componenti della compagine orchestrale, correttamente diretti da Stefano Sacher, si sono dimostrati volenterosi, offrendo un più che discreto tappeto armonico e melodico sul quale poi i tre strumenti hanno imbastito il loro sentiero, ma allo stesso tempo non si può non notare anche una qual certa compassatezza (e questo principalmente nel lungo Allegro iniziale) che mal si concilia con lo spirito di questa pagina e che il concerto dal vivo avrebbe dovuto invece suscitare nei musicisti dell’Amadeus Adriatic Orchestra.

Di altra pasta è l’interpretazione del “Ghost Trio” (registrata in studio), in quanto i tre componenti del Trio Rachmaninov hanno saputo raffigurare e proporre un quadro sonoro in cui le pulsioni contrastanti che impregnano questa pagina sono state rese con efficacia non solo sul piano espressivo, ma anche nei suoi risvolti oscuri, dove la luce sonora viene talvolta offuscata dalla penombra dell’interiorità, di quel “non detto” che però non può essere sottaciuto (e che si concentra soprattutto nel famoso Largo), senza dimenticare che Stefano Furini, Cecilia Barucca Sebastiani e Alberto Boischio hanno saputo dispensare il senso di sottile e palpabile irrequietezza che cementa e percorre l’intera composizione senza marcarla con una timbrica esagerata, ma sempre pregnante e risoluta nella sua correttezza espositiva (si prenda come esempio la componente lirica presente nel primo tempo, Allegro vivace con brio, quando l’eloquio si stempera dolcemente nel finale). Allo stesso tempo, la tragica delicatezza che dà avvio al Lento è resa con un’accoratezza che ne restituisce l’implosiva drammaticità del suono, la sua compiutezza formale, lasciando però intravvedere gli abissi che si celano dietro tale forma. Allo stesso modo, il tempo finale, il Presto, viene adeguatamente tratteggiato senza mai dimenticare che è un Giano bifronte in cui la continua alternanza tra zone di luce ad altre d’ombra dev’essere resa con una pura e ideale linearità, con un flusso continuo, terso per rendere al meglio l’equilibrio interiore che bilancia al meglio il gioco di pesi e contrappesi.

La presa del suono effettuata da Marco Lincetto è in grado di riprodurre al meglio due eventi sonori del tutto diversi; se nella presa dal vivo nella Sala Piccola Fenice di Trieste lo spazio sonoro viene debitamente catturato e riproposto idealmente all’interno del palcoscenico sonoro (la profondità e l’altezza rendono giustizia alla costruzione spaziale dell’evento), permettendo quindi di cogliere la corretta distanza che si materializza tra strumenti solisti e compagine orchestrale, in quella fatta nel Magister Area Studios di Preganziol ciò che emerge è la focalizzazione del dettaglio, il quale consente nella sua matericità di avere un equilibrio tonale in cui i timbri dei tre strumenti non entrano mai in conflitto gli uni con gli altri, ma che risultano sempre delineati e individuabili nei loro registri acuti e gravi. Una presa del suono audiofila come questa si coglie anche da tal particolari.

Andrea Bedetti

 

Ludwig van Beethoven – Beethoven in Trio

Trio Rachmaninov – Amadeus Adriatic Orchestra – Stefano Sacher

CD Velut Luna CVLD 315

 

Giudizio artistico 4/5

Giudizio tecnico 5/5