Il lungo sentiero dei Trii per pianoforte di Beethoven

È indubbio che Beethoven nutrì una sorta di “affinità elettiva” nei confronti del genere cameristico dei Trii per pianoforte, violino e violoncello, tre strumenti che nella loro dimensione solistica o di riferimento vantano una generosa porzione di importanza nel catalogo delle opere del genio di Bonn. Lo testimonia il fatto che il compositore tedesco scrisse dodici Trii per questa formazione, oltre alle Variazioni in mi bemolle maggiore e a due Trii composti in un solo movimento. Ed è altrettanto indubbio il fatto che all’interno di questo corpus la fetta di maggiore popolarità spetti ai due Trii op. 70 (soprattutto il primo, il cosiddetto Geister-Trio) e al Trio op. 97, detto “dell’Arciduca”, in quanto dedicato all’arciduca Rodolfo d’Austria, figlio minore dell’imperatore Leopoldo II.

Ma sarebbe un errore imperdonabile se non si tenesse conto dell’importanza degli altri Trii beethoveniani, soprattutto dei primi, non solo in chiave di un loro ascolto e approfondimento votato a una disanima generale, da intendere come progressiva acquisizione del genere e del dominio formale ed espressivo da parte del musicista tedesco, ma anche estrapolati da tale contesto per essere apprezzati singolarmente, esempi di un’arte creativa capaci di fissare un preciso momento, uno scorcio scolpito dell’opera di Beethoven. Come nel caso dell’op. 1, formato da tre Trii, di cui il Trio Metamorphosi ha registrato per la Decca (dando avvio all’integrale) il primo, quello in mi bemolle maggiore, unitamente al già citato Trio op. 97, come a voler unire l’alfa con l’omega o congiungendo, in un certo senso, gli opposti estremismi di un sentiero articolato e stimolante, in modo da offrire all’ascoltatore il punto germinale e subito dopo quello terminale.

La cover del CD Decca del Trio Metamorphosi.

L’importanza del Trio n. 1 op. 1 (con gli altri due, il secondo in sol maggiore e il terzo in do minore) risiede nel fatto che rappresentò il punto di aggancio del ventiquattrenne Beethoven con il mondo aristocratico e culturale viennese di fine Settecento, suscitando fin da subito l’interesse e l’ammirazione dello stesso Haydn, anche se quest’ultimo confidò al giovane compositore d Bonn di essere rimasto deluso dal terzo Trio, guarda caso proprio quello preferito da Beethoven. Ascoltando il primo dei tre Trii op. 1 non si può fare a meno di constatare come, nel panorama di questo genere cameristico sul finire del XVIII secolo, il genio di Bonn abbia apportato fin da subito una propulsiva ricchezza al dialogo tra i tre strumenti, il che ci fa comprendere, gettando un corrispettivo sguardo sul futuro, come i Trii abbiano poi rappresentato un meraviglioso work in progress parallelo (l’arco di composizione che li riguarda copre un lasso di tempo che va dal 1792 circa fino al 1811) con il genere del quartetto per archi, considerato fin da allora quale vertice assoluto della musica strumentale. In questo senso, prendendo in esame il Trio n. 1 op. 1, è interessante notare come si sviluppano i quattro tempi, a cominciare dall’Allegro iniziale, contrassegnato da un’inusuale brillantezza rispetto all’epoca, nella quale vengono sagacemente elaborati i vari passaggi da un tema all’altro (irrinunciabile “marchio di fabbrica” del modo di comporre beethoveniano), mentre nell’Adagio cantabile già si presenta quella tipica intensità lirica e quell’interiorità espressiva che verranno poi inserite dal genio di Bonn nei tempi lenti non solo nel genere cameristico, ma anche in quello concertistico e sinfonico. Lo stesso Scherzo e il Finale evidenziano già una maturità stilistica per via delle felici invenzioni a livello tematico e per il modello ritmico, altra cifra beethoveniana, dei quali sono imbevuti.

Questa fase germinale ha il suo compimento terminale nel Trio in si bemolle maggiore op. 97, dedicato per l’appunto all’arciduca Rodolfo, fratello minore dell’imperatore e nipote del principe elettore di Bonn, Massimiliano Francesco. È largamente notorio il rapporto di amicizia e di stima che ci fu tra il compositore e l’arciduca, il quale divenne suo allievo, prima di pianoforte e poi di composizione. Ammirandone la genialità, Rodolfo d’Asburgo aiutò spesso Beethoven, assicurandogli una pensione annuale a partire dal 1809 sino alla morte e intervenendo in suo favore ogni qualvolta l’impossibile carattere del musicista entrava in conflitto con gli esponenti della classe aristocratica viennese. In cambio, il compositore di Bonn, oltre a dargli lezioni di musica, volle dedicargli per riconoscenza il Trio in questione, oltre alle Sonate per pianoforte op. 106 e op. 111 e alla Missa Solemnis.

Il Trio op. 97 fu abbozzato nel 1810, ma completato in meno di un mese nel marzo del 1811, in concomitanza con l’elaborazione della Settima e dell’Ottava sinfonia. Questa pagina appartiene di diritto a quel novero di opere che possono essere definite “felici”, non tormentate o solcate dal germe della disperazione e dell’inquietudine, foriera di un miracoloso equilibrio timbrico tra i tre strumenti, anche grazie alla struttura tonale generale (I e II tempo in si bemolle maggiore, III tempo in re maggiore e IV di nuovo in si bemolle ad avvalorare un sentore ciclico della composizione), la quale rimanda all’interesse sempre più preponderante in Beethoven di privilegiare una tonalità d’impianto votata di terza piuttosto che di quinta, con lo scopo, pienamente riuscito e non solo in ambito cameristico, di ampliare il respiro e l’intensità espressiva della forma, come dimostra ampiamente il primo tempo del Trio, l’Allegro moderato, che si dipana con un’estensione placida, soave, apollinea. Anche la disposizione dei tempi subisce una modifica, visto che come poi accadrà con la Sinfonia Corale, Beethoven pone al secondo posto un tempo veloce anziché uno lento, ossia uno Scherzo che per dimensioni (supera ampiamente i sette minuti di durata) rappresenta un unicum, per l’epoca, sotto l’aspetto formale e contenutistico, tenuto conto di come abbondano i temi e per come viene utilizzata la tastiera del pianoforte, le cui sonorità straripanti vanno a frantumare lo stereotipo rapporto di pesi e contrappesi usato a quel tempo. Anche il genere delle variazioni viene scandagliato da Beethoven in quest’opera, come accade nell’Andante cantabile, mentre l’ultimo tempo, un Allegro moderato, rappresenta genialmente una sorta di continuazione dell’Andante, mostrandone un’ideale “altra faccia” (si noti come l’incipit del tema non sia altro che l’inversione delle note del tema dell’Andante), contraddistinto al termine da un Presto il cui il tema principale viene enunciato dal violino e dal violoncello su uno scintillante trillo del pianoforte, momento antesignano dal quale prende avvio una lunga coda.

Il Trio Metamorphosi: da sinistra, Mauro Loguercio, Angelo Pepicelli e Francesco Pepicelli.

Se mi sono soffermato sulle peculiarità di queste due composizioni è per meglio delineare il modello di lettura che i tre componenti del Trio Metamorphosi (Mauro Loguercio al violino, Francesco Pepicelli al violoncello e Angelo Pepicelli al pianoforte) hanno voluto confezionare con la loro interpretazione. Per quanto riguarda il Trio n. 1 op. 1 il punto di fuga è dato dall’ariosità con la quale si è voluto impostare non solo il primo tempo, ma tutta l’arcata architettonica dell’opera, insufflando una brillantezza stupendamente eterea, per dare così luogo a una timbrica fatta di sofficità a simboleggiare la dimensione esistenziale di un Beethoven votata a una “speranza”, a un “ottimismo” che ancora non avevano ceduto il passo all’amarezza e alla disperazione future. Ne fa prova l’esecuzione dell’Adagio cantabile in cui il suono dei due strumenti ad arco viene imbastito su una liricità che non è più settecentesca, ma già denota slanci e pulsioni che appartengono maggiormente a un Ottocento ancora da conquistare musicalmente, il che non deve apparire fuori posto o fin troppo anticipatore, ma frutto di un calare storicamente l’interpretazione nel mondo interiore di Beethoven, già assorbito da una propria “storicità esistenziale”, non lineare con il decorso storico esteriore, ma votato a costruire un mondo immanente, sganciato dalle asperità, dalle delusioni, dai dolori che poi dovrà ineluttabilmente affrontare. Questa dimensione idilliaca viene quindi resa da un fraseggio accorato, intimo, ma che non soggiace mai a uno sterile e affettato autocompiacimento. La stessa pulsione ritmica dato dallo Scherzo è un altro esempio di come i componenti del Trio Metamorphosi abbiano voluto imbastire la loro lettura che potrebbe essere resa con il motto “libertà, ma con precisione”, in quanto la scansione del ritmo viene resa esemplarmente nella sua agogica, ma con sfumature e sottilissimi rubati che aumentano la misura della gioiosità, della “solarità”, mentre nell’ultimo tempo il senso ritmico, che rimbalza tra lo strumento a tastiera e quelli ad arco, assume una connotazione danzante (ricordiamo la parallela composizione della Settima sinfonia, definita per l’appunto “danzante” da parte di Wagner), in cui la visione “apollinea” assume dei contorni deliziosamente “dionisiaci”, per quanto votati a una delicatezza e a una compostezza formali che ci riconduce a quella precisione di cui è già detto.

Precisione che si focalizza anche nella resa del Trio “Arciduca”, senza però rinunciare a quel senso di pienezza del suono, arioso ma anche denso, conscio di un sentiero ormai giunto al termine, splendido e commovente commiato di un percorso che vede la maturità cameristica di Beethoven posta su livelli a dir poco olimpici, la cui rarefazione è pari solo al prodigioso quadro di equilibrio formale all’interno del quale i tre artisti del Trio Metamorphosi descrivono con un bulino timbrico le varie immagini che si affastellano nel corso dei quattro tempi. Così, se l’Allegro moderato iniziale viene reso con un impeto vellutato, attento, circoscritto, in cui le sfumature e le impalpabilità vengono evocate a livello di impercettibili pensieri sonori, lo Scherzo viene enunciato con una passionalità che è la quintessenza di una saggezza maturata nel tempo (la conferma viene da come vengono evidenziate le rarefatte nuvole che attraversano il movimento nel Trio per poi riportare il tessuto musicale a rifiorire in modo prodigioso con le impennate del registro acuto da parte del pianoforte). È emozionante ascoltare come il Trio Metamorphosi riesce a rendere quasi religiosamente l’intensità dell’Andante cantabile, che può essere accostato, per profondità e misteriosità, ai grandi Adagi degli ultimi quartetti per archi, con il pianoforte che scandisce soavemente e severamente allo stesso tempo la rarefazione del momento, e come riescono ad appoggiarsi idealmente i due strumenti ad arco, facendo sì che questo momento sia per davvero un respiro all’unisono per intensità e commozione, così come la resa dell’ultimo tempo riesce a fornire una precisione a dir poco olografica della costruzione formale che Beethoven riuscì a realizzare, al punto da produrre, da parte dei tre membri del trio, un suono che esprime richiami sinfonici tale è la compattezza e l’energia timbrica che riescono a sprigionare, evidenziando a quale punto l’ampiezza formale di cui si è accennato fosse stata acquisita dal genio di Bonn.

Se il buongiorno si vede dal mattino, si annuncia un’integrale dei Trii per pianoforte da parte del Trio Metamorphosi da includere, come riferimento assoluto, nelle dita di una mano.

Per ciò che riguarda la presa del suono effettuata da Luca Ricci e Corrado Ruzza, non provo imbarazzo nell’affermare che dovrebbe essere presa a modello da tutti coloro che si arrogano il diritto di passare per tecnici del suono. La dinamica è un’esplosione materica, la cui naturalezza e velocità è pari alla sua energia, e ciò permette di scolpire con maggiore precisione e fisicità i tre strumenti nello spazio sonoro del soundstage, delineando perfettamente sia il parametro del dettaglio (la messa a fuoco del violino, del violoncello e del pianoforte invita chi ascolta ad alzarsi per andarli a toccare materialmente), sia quello dell’equilibrio tonale, in cui la linea timbrica di ognuno dei tre strumenti non è mai invasiva nei confronti degli altri, permettendo così di distinguere sempre i loro registri acuti e gravi, anche in presenza dei fff e dei ppp.

Andrea Bedetti

 

Ludwig van Beethoven – Trio Op. 97 Archduke-Trio Op. 1 No. 1

Trio Metamorphosi

CD Decca 481 7715

 

Giudizio artistico 5/5

Giudizio tecnico 5/5