Ermanno Wolf-Ferrari e il pianoforte

Proprio recentemente, recensendo la registrazione dei due Trii per pianoforte a opera del Trio Archè, ho fatto presente che l’industria discografica, al contrario delle attuali programmazioni operistiche e concertistiche, sta per fortuna rivalutando negli ultimi anni la figura e l’opera del veneziano Ermanno Wolf-Ferrari. Una rivalutazione che prosegue con un altro disco, dedicato questa volta al repertorio per pianoforte del compositore veneto per merito di Costantino Catena che sempre per la Brilliant Classics ha voluto incidere (con il sostegno della Coop Art – CESTEM) non solo alcune pagine già note agli appassionati, come gli Improvvisi Op. 13 e i Tre pezzi per pianoforte Op. 14, ma registrando in prima mondiale dei brani che ha ritrovato, a livello di manoscritti, presso la Staatsbibliothek di Monaco di Baviera, ossia le Sei Bagatelle, le Undici variazioni sul Menuetto del “Falstaff” di Giuseppe Verdi, la Chopin-Phantasie in si minore (entrambe risalenti al 1896) e lo Scherzino, scritto nel 1920. Ossia pezzi che appartengono a quel genere strumentale che si pone, com’era già successo per i due Trii per pianoforte, agli inizi della carriera musicale di Wolf-Ferrari o al suo termine, lasciando pieno spazio, nel corso dell’“epoca di mezzo”, all’attività operistica, alla quale sono maggiormente legati il nome e quel poco di fama che il compositore veneziano gode tutt’oggi.

Il repertorio pianistico di Wolf-Ferrari è nettamente inferiore, per numero di opere, rispetto a quello degli altri generi strumentali, ma tale esiguità non impedisce di chiarire un aspetto relativamente alla sua musica e alla sua concezione estetica, che invece non viene adeguatamente messo in luce nei lavori cameristici e sinfonico-orchestrali, vale a dire l’influsso che ebbe la sua formazione culturale, ancor prima che musicale, in perenne equilibrio tra le radici italiane, date dalla madre, l’aristocratica veneziana Emilia Ferrari, e quelle germaniche, incarnate dal padre August Wolf, uno dei più apprezzati pittori dell’epoca. Un incontro di stili, di mentalità, di visioni del mondo che ebbe modo di arricchire indubbiamente la personalità sensibile e curiosa del giovane Ermanno, il quale trascorse gli anni dell’apprendistato musicale tra Venezia e Monaco di Baviera, impadronendosi da un lato della grande tradizione operistica italiana e dall’altro formandosi alle approfondite leggi dell’armonia d’impianto austro-tedesco. Ma questo incontro, così fecondo e stimolante da un punto di vista culturale e artistico, si trasformò in un dilaniante dramma quando nel 1915 Italia e Germania si trovarono su fronti opposti nel corso della Prima guerra mondiale, un dramma che Wolf-Ferrari visse in un forzato e amaro silenzio compositivo, durato per ben sette anni.

Ma, tornando alle opere pianistiche, le quali, eccezion fatta per lo Scherzino, vanno tutte tra il 1896 e il 1905, ossia prima che il musicista veneziano ottenesse un grande successo come operista, concentrando quasi esclusivamente su questo genere la sua produzione, attraverso di esse è possibile cogliere quei punti in cui il sentiero musicale italiano e quello tedesco si incontrano nell’arte compositiva di Wolf-Ferrari. Infatti, se le opere cameristiche, come testimoniano per l’appunto i due Trii per archi da me recensiti recentemente, mettono in mostra un impianto che esalta la grande lezione romantica tedesca (Mendelssohn su tutti) per arrivare fino ai propilei di un tardo romanticismo dal sapore regeriano, le pagine pianistiche, che a livello temporale non si discostano più di tanto dalla prima, coeva produzione cameristica (ossia risalente agli ultimissimi anni dell’Ottocento), fanno intravvedere una maggiore attenzione focalizzata su un lirismo che fa necessariamente i conti con la grande lezione melodica italiana (in particolar modo quella veneziana, in cui il tessuto melodico si intreccia mirabilmente a una stabilità e fluidità armonica che affonda le sue radici fin dai tempi di Adrian Willaert e Cipriano de Rore).

Certo, se le pagine già conosciute, ossia i Tre Impromptus op. 13 e i Tre pezzi op. 14, possono risultare temporalmente più adeguati all’ésprit dell’epoca, è proprio attraverso le pagine riscoperte dallo stesso Costantino Catena che è possibile cogliere ed estrapolare quei punti di incontro tra un impianto armonico che fa i conti con il classicismo/romanticismo tedesco (incarnato soprattutto da Brahms) con una vena lirica in cui la “tracciabilità” melodica italiana (e già si denota quel tipico DNA compositivo sul quale Wolf-Ferrari farà affidamento per “plasmare” i suoi capolavori lirici) si inserisce o, meglio, si “attiva” su tale impianto.

Sia le Sei Bagatelle, sia le “brahmsiane” per eccellenza Undici variazioni sul Menuetto del “Falstaff”, sia la Chopin-Phantasie e, in parte, lo stesso Scherzino, rappresentano delle tappe attraverso le quali il compositore veneziano cerca quasi una “terza via” nella quale far confluire una sintesi, un incontro, un intreccio tra la forma data dalla lezione germanica e il contenuto fornito dalla tradizione che affonda inevitabilmente le radici non solo sul “bel canto”, ma anche a ritroso nel tempo (Wolf-Ferrari non può dimenticare Monteverdi e l’illuminante sentiero delineato dalla grande scuola veneziana, alla quale attinsero anche illustri musicisti provenienti dalla Germania e dall’Austria).

Il pianista campano Costantino Catena.

E se le pagine più tarde (ossia i Tre Impromptus e i Tre Pezzi), risultano essere più standardizzate in quanto rappresentano il punto finale di un percorso evolutivo, è proprio nel processo di evoluzione, scandito dalle opere ritrovate nella biblioteca bavarese, che l’ascolto si fa più pregnante, più intrigante, in quanto si avverte quel senso di Bearbeitung, di “lavorio” che Wolf-Ferrari elaborò per giungere a una possibile sintesi tra il cuore di una mediterraneità in cui rappresentare il sole sorgente e la dimensione quasi nostalgica, de-cadente, incarnata dalla civiltà che ha indicato e guidato il cuore stesso dell’Occidente, dell’Abendland, la “terra dove tramonta il sole”, vale a dire la Germania. Queste opere, quindi, rappresentano idealmente la “traiettoria” di una musica che vuole sorgere e tramontare allo stesso tempo, incarnare il calore di ciò che vive e il freddo di ciò che sta per morire (e, a pensarci bene, ciò è il significato stesso di quanto ha rappresentato il tardoromanticismo con le sue speranze, le sue illusioni e, soprattutto, le sue contraddizioni).

Al di là della lodevole ricerca e acquisizione effettuate presso la biblioteca monacense, che ha permesso di riportare alla luce degli spartiti di cui non si aveva più traccia, la lettura pianistica di Costantino Catena ha il merito di mettere in luce questa volontà di dare vita da parte di Wolf-Ferrari a una sorta di visione osmotica, evidenziando la componente armonica nei suoi tratti più audaci (penso alle Undici Variazioni sul Menuetto del “Falstaff”), così come tracciando, quasi con emozione e trepidazione, la linea melodica (la Chopin-Phantasie). Ciò ha permesso di restituire al pianismo del compositore veneziano una sua dignità interpretativa, in cui lo strumento assume una rilevanza estetica che va ben oltre la sua dimensione puramente esecutiva. Non bisogna poi dimenticare la capacità che l’artista campano è riuscito a manifestare nel rendere agogicamente il fraseggio, il quale assume realmente il valore di una cartina al tornasole nei confronti dell’incontro tra la fase armonica “germanica” e quella melodica “italiana”, un punto di incontro nel quale l’eloquio, il lirismo, la precisione della scansione ritmica devono portare necessariamente a una visione d’insieme, senza la quale la musica di Wolf-Ferrari rischia di svilire e di ripiegarsi su se stessa.

E in ciò, Costantino Catena restituisce vigore, una resa vibrante, una capacità di immedesimazione per poter restituire a chi ascolta la dimensione portante dell’edificio pianistico ideato dal musicista veneziano.

La presa del suono, effettuata da Egisto Gabrieli a Palazzo Chigi ad Ariccia, sui Castelli Romani, è davvero assai buona, anche perché permette di cogliere lo strumento (un cristallino Steinway Modello D) a debita profondità, scontornandolo adeguatamente all’interno del palcoscenico sonoro e sorretto da una dinamica energica e veloce. Peccato che a livello di equilibrio tonale si avvertano delle leggerissime saturazioni nei picchi del registro acuto nel corso dei fff, causati forse da un problema di microfonatura. Ma, sia ben chiaro, ciò non pregiudica assolutamente la qualità dell’ascolto, soprattutto su impianti di una certa caratura.

Andrea Bedetti

 

Ermanno Wolf-Ferrari – Piano Music

Costantino Catena (pianoforte)

CD Brilliant Classics 95868

 

Giudizio artistico 5/5

Giudizio tecnico 4/5