Dove affonda le radici la musica colta

La nascita della cosiddetta musica colta, quella che accompagna l’uomo occidentale dal canto gregoriano fino ai nostri giorni, rappresenta un ambito affascinante e per certi versi ancora controverso. Anche perché di base resta difficoltoso comprendere da parte nostra come l’uomo del passato potesse suddividere la sfera della musica popolare da quella invece riservata alle élite, ossia coloro che erano in grado di aderire a un linguaggio musicale più sofisticato e articolato, senza contare che la presenza del canto, che rientrava quasi esclusivamente nell’alveo della musica sacra, presupponeva anche un tasso di alfabetizzazione decisamente elevato, se consideriamo il fatto che più del novanta per cento della popolazione europea, in epoca medievale, era analfabeta.

Ma, al di là di questi dubbi, che esulano dalla presente recensione, resta un fattore sul quale possiamo investire le nostre certezze, quello che permette di fare un collegamento tra la musica di stampo popolare e quella squisitamente colta, con quest’ultima, insomma, debitrice nei confronti della prima; un fattore basato sul concetto del ritmo e, implicitamente, sul genere della danza. Se la musica è espressione di tempo, con quest’ultimo diluito nella dimensione del suono, il ritmo rappresenta necessariamente la forma privilegiata e ineludibile per concepire la presenza stessa del tempo in musica. Ritmo, quindi, che ritroviamo quale dimensione primaria nella nascita e nell’evoluzione della musica da danza che, sempre in epoca medievale, rappresenta buona parte di quell’edificio che porta il nome di musica profana, la quale non deve essere però considerata come antitesi a quella sacra, quanto piuttosto un genere nel quale rientrano tutte quelle forme musicali che non appartengono alla seconda.

E per far sì che questo meccanismo, che si rende implicito nel corso del tempo storico tra “ritmo”, “musica popolare”, “musica profana” e, infine, “musica colta”, possa essere colto anche da parte di coloro che non sono avvezzi alla bellezza, ma anche alla complessità, della musica antica, in cui rientrano ovviamente il periodo medievale e quello rinascimentale fino alla primissima stagione del Barocco, la presente registrazione, Il popolano ostinato, pubblicata dalla Da Vinci Classics, rappresenta un ottimo strumento, anche grazie alla scelta che i principali interpreti, a cominciare dal flautista Alessandro De Carolis, hanno fatto attingendo da quell’inesauribile serbatoio che è la musica popolare europea, con brani di autori concentrati in massima parte nel XVII secolo, ossia in un momento storico, in cui la musica strumentale tende ad assumere un ruolo sempre più importante, dopo essersi staccata, a cominciare dalla fine del secolo precedente, dal giogo della voce umana.

Gli autori scelti vanno dal napoletano Andrea Falconieri (1585-1656) al romagnolo Marco Uccellini (1603ca.-1680), passando attraverso l’emiliano Tarquinio Merula (1595-1665) e il milanese Cesare Negri (1535ca.-1605) e, soprattutto, il poligrafo ed enciclopedico gesuita tedesco Athanasius Kircher (1602-1680), oltre a presentare due brani popolari, uno inglese, Paul’s Steeple, e l’altro dell’Italia meridionale, l’immancabile Tarantella.

Come si vede, dunque, tutti musicisti che appartengono di diritto alla sfera della cosiddetta musica colta, in quanto coltivarono generi elevati ma, allo stesso tempo, affascinati e attratti dall’enorme forza comunicativa data dalla musica popolare. E se, assai umilmente, nelle note di accompagnamento Alessandro De Carolis afferma che questo disco non può essere considerato filologicamente appartenente alla musica antica, ma dev’essere ascoltato come se fosse un ludus, un gioco grazie al quale poter abbassare un ponte di ascolto tra il nostro sentire la musica da uomini contemporanei e un tempo in cui la musica popolare era espressione di danza, di divertimento e di disvelamento sociale, è anche vero che il risultato rappresenta invece un’ideale cartina al tornasole con la quale l’aspetto ludico si trasforma in un panorama sufficientemente articolato per far comprendere all’ascoltatore ignaro di questo genere come i brani scelti possano aiutarlo a fare debiti collegamenti estetico-temporali tra la sfera, per l’appunto, popolare e quella colta.

Due esempi tra tutti: la volontà di inserire un pezzo come le Improvvisazioni sul tema della Follia di Spagna (quest’ultima è una celebre danza iberica, che molti appassionati di musica barocca conoscono attraverso Arcangelo Corelli e la sua Sonata per violino op. 5 n. 12) e il raffronto che Alessandro De Carolis e gli altri interpreti fanno tra la Tarantella, vista anche nella prospettiva musicoterapica per contrastare nelle regioni meridionali del nostro Paese il fenomeno del cosiddetto tarantismo, studiata proprio da Kircher, e la capacità da parte di quest’ultimo di trasporre tale brano popolare in una chiave colta nel pezzo Tema dalla Tarantella. Tono Hypodorio, estrapolato dal suo trattato Magnes sive De Arte Magnetica del 1661, oltre al brano dall’inequivocabile titolo di Antidotum Tarantulae dello stesso gesuita tedesco, improntato su una melodia mirante a calmare gli effetti perniciosi della tossina animale.

Prendendo in esame gli altri brani di questa registrazione, non è il caso di scomodare gli studi effettuati, tra gli altri, da Nino Pirrotta, Musica tra Medioevo e Rinascimento, Leeman L. Perkins, Music in the Age of Renaissance e, soprattutto, Gustav Reese con il suo testo capitale La musica nel Medioevo, per rendersi conto come Alessandro De Carolis e compagni abbiano fatto una mirabile opera di mediazione tra i richiami popolari (la stessa presenza di un pezzo come Paul’s Steeple è a dir poco sintomatico) e la loro applicazione in chiave colta (la coinvolgente Ciaccona di Tarquinio Merula, senza per questo che la denominazione altisonante possa snaturare il senso e l’anima della composizione, così come quella degli altri brani presi in esame, a partire dall’Aria Quinta, sopra la Bergamasca di Marco Uccellini).

D’altronde, suddividere o, peggio, schematizzare, l’entità popolare e quella colta, dicotomizzandole arbitrariamente dal loro contesto temporale, sarebbe del tutto fuori posto, poiché renderebbe impossibile la piena comprensione di un mélange che non può essere sezionato ponendo paletti interpretativi tra ciò che appartiene alla prima rispetto alla seconda e viceversa. A titolo di puro esempio, uno dei maggiori musicisti del Rinascimento veneziano, Giovanni Croce, prete e maestro di coro, autore di libri di mottetti e madrigali, fu anche capace di dare vita musicalmente alle cosiddette Mascarate di Carnevale, i cui balli sono sguaiatamente contraddistinti da peti e rutti che rientravano di pieno diritto al periodo carnevalesco e che filologicamente dovrebbero essere riprodotti in sede di esecuzione (come avviene, per l’appunto, in una registrazione della Chandos effettuata dall’ensemble de I Fagiolini).

Detto ciò, per ciò che riguarda il disco in questione si può affermare, senza il rischio di poter essere smentiti, che Alessandro De Carolis, Carmine Scialla alla chitarra battente italiana, Antonino Anastasia alle percussioni e gli altri esecutori sono stati protagonisti di una registrazione che viene esaltata dalla loro capacità di immedesimarsi nei brani che hanno voluto presentare. Per rendere adeguatamente a livello esecutivo la musica antica, non bisogna mai dimenticare che l’apporto dell’immedesimazione, il calarsi nei panni temporali degli esecutori medievali e rinascimentali, è di fondamentale importanza e Alessandro De Carolis e gli altri interpreti di questa incisione lo dimostrano perfettamente, con una resa musicale che è trascinante, coinvolgente, capace di trasportare idealmente, e questo rappresenta il merito maggiore, l’ascoltatore al tempo di quelle opere e non le opere in questione al tempo dell’ascolto attuale. Ovviamente, a livello tecnico, tutti gli interpreti sono inappuntabili, ma l’aspetto meramente virtuosistico passa in second’ordine rispetto alla dimensione espressiva che questa musica riesce a donare. Esaltante.

La presa del suono, effettuata da Leandro Ferraiuolo, non è inferiore rispetto al dato artistico della registrazione. La dinamica è semplicemente atomica, dotata di grande velocità nei transienti, senza per questo peccare di enfasi o di colori che non appartengono al suono degli strumenti; il palcoscenico sonoro viene riproposto in modo impeccabile a livello tridimensionale, con una corretta posizione degli strumentisti all’interno dell’evento sonoro. L’equilibrio tonale è ineccepibile, senza che si perda una sola nota, vista la totale mancanza di sovrapposizione timbrica. Infine, il dettaglio restituisce tutta la matericità degli strumenti, che vengono restituiti nella loro fisicità da tantissimo nero che li scontorna perfettamente. Audiofilia pura.

Andrea Bedetti

 

AA.VV. – Il popolano ostinato-Ciaccone, follie & balli fuori le corti

Ai Vis Lo Pop, Lo Rainard, La Levre

Alessandro De Carolis (flauti), Carmine Scialla (chitarra battente italiana), Antonino Anastasia (percussioni), Lorenza Maio (violino, flauti diritti), Giovanni Sanarico (violoncello), Fabio Soriano (flauto rinascimentale)

CD Da Vinci Classics C00127

 

Giudizio artistico 5/5

Giudizio tecnico 5/5