Le Messe dell’”alchimista” Claudio Merulo

Quando il 4 maggio 1604 il corpo di Claudio Merulo, eccelso organista e musicista, venne ritrovato nella sua abitazione parmense, come ci ha tramandato l’erudito e poligrafo comasco Girolamo Borsieri, sulle sue labbra e sulla sua barba furono rinvenute delle tracce di una polvere biancastra. E anche se ufficialmente la sua morte fu addebitata a una probabile infezione viscerale, quella polvere biancastra potrebbe rappresentare invece la prova che Merulo, appassionato cultore di alchimia (passione ereditata a Venezia dal celebre alchimista Marco Bragadin), abbia trovato la morte proprio nel corso di un esperimento alchemico finito tragicamente. Qualunque sia la verità che circonda la sua morte, resta il fatto che Claudio Merulo ha indubbiamente rappresentato una delle voci più originali, profonde e straordinarie della musica del Cinquecento. Nato a Correggio nel 1533, Merulo, il cui vero nome era Claudio Merlotti (Merulo è il cognome latinizzato dallo stesso compositore), nel 1557, dopo essere stato organista presso la cattedrale di Brescia, raggiunse Venezia, per svolgere la medesima funzione nella Basilica di San Marco, una piazza ambitissima, per prendere il posto del defunto Girolamo Parabosco.

Da qui si può capire come la maggior parte della produzione musicale di Merulo sia stata riservata alle opere per organo e per clavicembalo (del quale fu un eccelso esecutore), ma questo non significa che il compositore emiliano non abbia espresso la sua arte anche in altri ambiti. D’altronde, con il suo ruolo di organista presso la Basilica di San Marco, Merulo dovette confrontarsi anche con il genere della musica sacra, che gli permise di dare vita a opere le quali, sebbene siano tutt’oggi ancora poco conosciute ed eseguite, rappresentano un punto fermo della sua produzione (così come accade per un altro grande musicista coevo, William Byrd, quasi esclusivamente conosciuto per le sue opere clavicembalistiche, ma le cui tre Messe, rispettivamente a cinque, quattro e tre voci, sono di un fascino al quale non si può restare indifferenti).

Ora, il corpus delle messe di Merulo, proprio per l’attitudine e la predisposizione compositive, vede in parte la presenza dell’organo, come accade in opere come la Missa Apostolorum, la Missa in Dominicis Diebus e la stupefacente Missa Virginis Mariae, in cui a dominare è il cantus firmus (in tal senso, penso alla bellissima registrazione effettuata per la Brilliant dalla Nova Schola Gregoriana e da In Dulci Jubilo diretti da Alberto Turco), così come a opere nelle quali a esaltare il solo costrutto vocale è la dimensione polifonica, in cui si fa netta e marcata l’influenza data dalla scuola veneziana dei “cori spezzati”, come accade nelle due messe che il Modus Ensemble, diretto da Mauro Marchetti, ha registrato per l’etichetta Armel Music, tratte dal Missarium quinque vocum Liber primus, stampato dall’editore veneziano Gardano nel 1573, ossia la Missa Susanne un giour e la Missa Oncques Amour. Entrambe le messe riprendono il tema conduttore di altrettante canzoni profane del tempo, la prima con il testo scritto dal poeta francese Guillaume Guéroult e musicata da Didier Lupi Second, mentre la seconda riprende l’omonima canzone secolare composta dal musicista franco-fiammingo Thomas Crecquillon.

Le due messe in questione se da un lato non smentiscono gli influssi e gli andamenti tipicamente organistici della concezione musicale di Claudio Merulo, con un bilanciamento e un mirabile dosaggio delle linee di canto che richiamano la tessitura timbrica dello strumento a tastiera, dall’altro non manifestano una magniloquenza volumetrica del suono (come accade, invece, nelle Messe scritte dal fondatore della stessa scuola veneziana, il fiammingo Adrian Willaert, e da uno dei suoi più famosi allievi, anch’egli facente parte della stessa scuola, Cipriano de Rore), ma vantano un afflato maggiormente implosivo, quasi fosse l’espressione di un mirabile suono interiore, proveniente direttamente dall’animo, conciso, essenziale, frutto di una geometria musicale che poteva trovare suo perfetto compimento, almeno a livello ideale, nella struttura architettonica di San Marco.

Ciò che colpisce di questa registrazione è la resa espressiva di questi due capolavori rinascimentali, di come i membri del Modus Ensemble siano riusciti e evidenziare i segni e i segmenti che diventano suono in quanto, al di là di un’indubbia difficoltà tecnica (affronta e brillantemente superata), ciò che conta è il portare alla luce, all’ascolto questo suono interiore, questo pulsare timbrico (non si dimentichi, come ho già accennato all’inizio della recensione, la passione e gli studi di Merulo in campo alchemico che andarono di pari passo con quelli musicali), simbolo di un meccanismo, di un motore sonoro che doveva necessariamente imitare ed esaltare quello cosmico e divino (e qui la lezione, in ambito teorico, di Gioseffo Zarlino è a dir poco sintomatica). Ed è proprio qui che viene esaltato questo afflato, questo suono “altro” che permea il suono sonoro, per così dire, frutto di una dimensione empatica che Mauro Marchetti ha saputo rendere e trasmettere alle voci maschili e femminili dell’ensemble.

Anche la presa del suono, per efficacia e riproposizione dell’evento sonoro, riesce a ricostruire tale dimensione mistico/musicale attraverso una dinamica e, soprattutto, un equilibrio tonale in cui i vari registri vocali non si accavallano ma restano fissati e distinti nelle linee espresse, così come il dettaglio, capace di rendere fisicamente e matericamente la presenza della massa corale.

Andrea Bedetti

 

Claudio Merulo – Messe

Modus Ensemble – Mauro Marchetti

CD Armel Music ARDL 30006

Giudizio artistico 4/5

Giudizio tecnico 4/5