Il Requiem di Andrea Luchesi, un “collage” di tante luci e qualche ombra

Autore che ha goduto di una particolare attenzione nell’ultimo decennio, Andrea Luchesi è balzato all’interesse generale per un caso a lui estraneo e che non sarà oggetto in questa sede di alcuna disamina. I fatti accertati raccontano poche cose sull’autore: dai suoi più importanti studiosi, in particolare Henseler e Jers, che gli dedicarono alcuni articoli rispettivamente nel 1937 e nel 1972, e infine Valder-Knechtges, la sua principale studiosa, che è stata la prima a occuparsi estensivamente della sua musica fino a noi pervenuta, apprendiamo quindi i natali italiani a Motta di Livenza e la fine a Bonn nel 1801, dopo un periodo di silenzio che ne hanno sancito l’oblio sino ad oggi, alla pari di moltissimi altri autori prima e dopo di lui. Proprio grazie all’attenzione mediatica ricevuta, alcuni ensemble e musicisti hanno deciso di dedicare nuovamente attenzione alla sua musica che rappresenta di fatto un interessante spaccato dell’attività musicale della cappella di Bonn, dove il nostro aveva titolo di Kapellmeister.
Il Requiem che viene proposto dalla Nuova Orchestra Busoni diretta da Massimo Belli con il Coro della Cappella Civica di Trieste diretto da Roberto Brisotto per l’etichetta Concerto Classico, è un lavoro assemblato partendo da due lavori superstiti nella Biblioteca Estense di Modena, rispettivamente un Requiem e un Dies Irae. La datazione è complessa in quanto Luchesi scrisse effettivamente un Requiem nel 1771 in Italia ma come lo stesso libretto ci informa, a opera di Bruno Belli, è improbabile che si tratti dell’opera qui incisa anche per la presenza dei clarinetti in partitura che in Italia erano ancora sconosciuti e che lo stesso Luchesi avrebbe sperimentato per la prima volta proprio a Bonn.
L’assemblaggio delle due opere non si presenta con una vera coesione e con ispirazione variabile che si alterna da pagine di ottima scrittura ad alcune decisamente più deboli, suggerendo e avallando l’ipotesi di un impiego d’occasione di questi brani. Innanzitutto, è fondamentale sottolineare lo stile dell’autore: al pari di molti suoi conterranei a lui coevi che lavoravano oltralpe, si nota una particolare capacità di riformulare il proprio pensiero in modo più vicino ai gusti della committenza, tedesca in questo caso. In secondo luogo, è interessante come in molte pagine si assista alla padronanza di un uso severo del contrappunto sposato alle teorie in voga all’epoca che vedevano di fatto un’unione tra stile antico, che si rifaceva direttamente a Palestrina (chiaro esempio è proprio l’incipit del Requiem) e lo stile moderno che era andato affermandosi, in particolar modo sui palcoscenici operistici di tutta Europa. In quest’opera, quindi, si ascolta la trasformazione di un autore formatosi come operista che riesce a trasferire efficacemente le sue capacità drammaturgiche al servizio di testi sacri prestabiliti. Il brano d’apertura in forma imitativa (stile poi non più ripreso all’interno nell’opera) può facilmente far pensare a una composizione di forte compattezza armonica derivante da uno stile antecedente a cui a un Requiem aeternam Maestoso di forte impatto emotivo fa seguito un non altrettanto incisivo et tibi redentur introdotto dal gregoriano Te decet Hymnus (anche questo uso non è più usato nel Dies Irae successivo) che si conclude dopo poche battute per fare nuovamente spazio alla ripetizione del testo e del tema di apertura.


Di tutt’altra natura la lunga sequenza del successivo Dies Irae che segna un deciso cambio di atmosfera. I passi del testo canonico vengono suddivisi con Dies Irae, Quantus Tremor, Tuba Mirum, Mors Stupebit, Liber Scriptus, Judex Ergo, Quid sum miser, Rex Tremendae, Juste Judex, Ingemisco, Qui Mariam, Oro Supplex, Lacrimosa. A un primo colpo d’occhio si presenta come lavoro imponente per quanto segnato da alcuni e momenti poco felici o efficaci. L’apertura è all’insegna dell’ineluttabilità del giorno del giudizio, Dies Irae appunto, dove il senso delle parole viene sacrificato all’idea musicale che sarà ripreso più volte con organico diverso durante tutta la composizione e non sempre le parole collimano con quanto intonato. Fa seguito il Quantus Tremor che richiama in modo chiaro le origini operistiche dell’autore. Così come anche il successivo Tuba Mirum è di fatto un’aria per tenore e orchestra dal carattere eroico che potrebbe essere rappresentata con la sola variazione del testo all’interno di un’opera senza che se ne avverta la provenienza ecclesiastica. Con Mors Stupebit si ha forse il primo vero calo qualitativo e forse il brano più debole della composizione, dominato da un tempo quasi di marcia che. oltre ad avere poca attinenza con il testo cantato. risulta poco efficace sotto un profilo più drammatico. Ancora l’operismo fa capolino nello splendido canone a 4 del Liber Scriptus e dove nuovamente Luchesi dà prova di assoluta padronanza di quel contrappunto che anche Neefe, suo collega a Bonn e maestro di Beethoven, gli riconosceva ampiamente. Per quanto la caratterizzazione anche in questo caso sia più dalle parti dell’opera che della chiesa, è difficile non rimanere ammirati dalla freschezza del brano a cui fa eco anche l’ottimo Judex Ergo, ancora un’aria in stile operistico per tenore con violino concertante.
Se si dubitasse ancora della natura operistica, proprio il finale dello Judex Ergo va a fugare ogni dubbio concludendosi con la più classica cadenza che prelude a un recitativo accompagnato (Quid sum miser) e riprende con uno dei più solari Rex Tremendae mai ascoltati e affidato al soprano e al tenore che compiono un’ideale duetto. Si torna poi alle atmosfere austere di apertura della composizione con Juste Judex che riprende in maniera diretta, se pur in modo più originale l’idea motivica di apertura, non sviluppandone però l’ottima intuizione di partenza. Gli ultimi tre brani sono segnati da una felice ispirazione con l’Ingemisco, forse la pagina più ispirata di tutta la composizione e quella anche più mimetica, dove i caratteri italiani vengono quasi annullati per far posto a un gusto tedesco che trovava in Michael Haydn, Giuseppe Bonno o ancora Georg Joseph Vogler, ossia alcuni dei massimi esponenti della cultura musicale ecclesiastica del periodo. Chiude in modo ciclico l’opera un Lacrimosa che riprende ancora l’idea di apertura variata nell’organico e lo sviluppa in un concitato e drammatico Dona eis requiem che si chiude con un sospeso ed estatico Amen.
Il disco si conclude con un Ave Maria usato, come ci informa l’estensore delle note, al posto dell’offertorio mancante. Un brano inedito e che ha qui la sua prima esecuzione assoluta. Stilisticamente assai lontano dei precedenti due brani, perfettamente coerente in sé stesso e di particolare bellezza armonica nei passaggi corali. Forse qui più che in ogni altro brano qui presentato, si può ammirare ancora una volta la capacità dell’autore di stabilire un piano drammatico di impatto emotivo fondendo la sua esperienza operistica con le esigenze dell’uso celebrativo.
Dall’ascolto delle tre opere qui presentate emerge un compositore di sicuro talento, seppur discontinuo nell’ispirazione ma che ben fa intuire il livello della Cappella di Bonn negli anni Settanta del ‘700.
Questa è forse la prima volta che si può apprezzare completamente la statura dell’autore sacro in quanto fino a oggi era stato ampiamente bistrattato da esecuzioni spesso al limite dell’amatorialità. L’ottima conduzione di Belli dona infatti alla musica spirito e corpo, anche laddove l’ispirazione va pesantemente a mancare, così come il Coro della Cappella Civica di Trieste fa un ottimo lavoro nei passaggi corali sostenuti da una concertazione risoluta e abbondante, ottime le cantanti Roberta Canzian ed Elena Biscuola (soprano e mezzosoprano) che sanno rendere al meglio il senso operistico nelle arie a loro dedicate. Molto meno il tenore Riccardo Botta che purtroppo nei passaggi a lui dedicati, soprattutto nel Judex Ergo, dà purtroppo una prova limitata mostrando una particolare fatica nel raggiungere le parti più alte della propria tessitura e fornendo un fraseggio assai poco curato negli altri passaggi. Le note, per quanto brevi, inquadrano perfettamente lo stato delle partiture e l’operazione che si è deciso di seguire per dare vita a questo “Requiem”, che di fatto esiste separatamente e prende vita solo in questo disco. L’impaginazione generale risulta buona anche se dal retro della copertina di un disco attuale ci si aspetterebbe maggiori informazioni e dettagli sulla registrazione che invece si possono trovare solo all’interno del booklet.
Una registrazione curata da Matteo Costa nella Chiesa di San Michele di Trieste, luogo che giustifica l’eccessivo riverbero che in alcuni punti confonde l’intrecciarsi delle voci e amplia forse troppo, soprattutto nel Dies Irae, il suono dei timpani, ma che ben fa risaltare le parti solistiche e trova nelle parti più intimistiche la sua dimensione più efficace.

Andrea Luchesi – Requiem
Roberta Canzian (soprano) – Elena Biscuola (mezzosoprano) – Riccardo Botta (tenore) – Armando Badia (baritono) – Nuova Orchestra Busoni – Choir of the Cappella Civica of Trieste – Roberto Brisotto – Massimo Belli
CD Concerto Classics 2103
Giudizio artistico: 4
Giudizio tecnico: 3