In ricordo di un “grande”: Gianfranco Cecchele, il tenore che non voleva mai perdere

Si è spento all’età di ottant’anni l’artista veneto che per quasi mezzo secolo soggiogò i palcoscenici e le platee di mezzo mondo con la sua prestanza fisica e la sua inconfondibile voce. Claudio Rigon, che lo conobbe e ne fu amico, lo ricorda con un aneddoto privato

 

«Mercoledì mattina alle ore 11.30 mio padre Gianfranco Cecchele, è venuto a mancare. Ha lottato come un leone fino alla fine seguito con l’affetto della famiglia. Non ho parole per descrivere il mio dolore e naturalmente quello della famiglia tutta».
Con queste poche righe, il figlio Lorenzo ha dato la notizia della scomparsa del padre Gianfranco, un’altra “grande voce” della lirica internazionale che ci ha lasciati più soli e tristi. In quasi mezzo secolo di carriera, il tenore veneto ha calcato i palcoscenici più famosi del mondo, dalla Scala di Milano al Metropolitan di New York, dal Covent Garden di Londra all’Opéra di Parigi, dall’Arena di Verona allo Staatsoper di Vienna, cantando con le voci più importanti della lirica, a cominciare dalla “divina” Maria Callas. Memorabili i tanti ruoli che ha interpretato nelle varie opere affrontate: troppe sarebbero quelle da elencare, ma basterà ricordare Ramades nell’Aida verdiana e Pollione nella Norma di Bellini.
Una carriera che gli ha concesso i meritati successi e onori, capace di primeggiare, nel ruolo di tenore, in un’epoca dove i “grandi”, e furono tanti, si contendevano i palcoscenici più prestigiosi e le registrazioni discografiche delle maggiori etichette. Eppure, come affermò egli stesso, «usando tutte le mie forze, con grande impegno sono riuscito a non perdermi lungo questa difficoltosa strada». Uomo semplice, Gianfranco, come lo sono quelle persone che sacrificano sé stesse e a volte i loro cari per raggiungere traguardi importanti, come ebbe modo di spiegare nella lettera di presentazione nel libro Il tenore Gianfranco Cecchele – L’emozione di una voce veneta, curato da Remo Schiavo.
Personalmente ricordo ancora la sua generosità, la sua cordialità anche nei momenti di vita privata, avendo avuto la fortuna di esserne amico. Rammento quando ci si trovava per trascorrere qualche ora giocando a ping-pong, per sgranchire le membra e la testa. Ma anche in quelle occasioni di puro svago, la sua voglia di vincere, di essere sempre il primo, aveva inevitabilmente la meglio. Doveva vincere sempre, non tanto per dimostrare di essere il migliore, ma per sentirsi aderente alla vita, agli entusiasmi che sapeva donare, ai brividi di gloria, anche i più semplici, che poteva concedere a chi li aveva meritati. Dotato di una forte personalità che lo ha sorretto soprattutto nei momenti di difficoltà, Gianfranco Cecchele ha saputo coniugare perfettamente il suo ruolo, venendo molto apprezzato nel tempo da colleghi, direttori d’orchestra e da tutto l’entourage che gravita attorno al mondo del teatro musicale. Ed è così che voglio ricordarlo, sempre pronto nello sfidare palcoscenici e platee, usando la sua prestanza fisica e la sua voce per conquistare il pubblico e la critica ovunque si esibisse.
Grazie Gianfranco, se è vero che la musica è immortale, anche tutto quello che hai realizzato rimarrà nella storia di quest’arte e in coloro che amano l’opera lirica. E stai tranquillo, anche stavolta hai vinto la nostra ultima partita. L’ultima, purtroppo.
Claudio Rigon