“La Circe” di Alessandro Stradella, una serenata che vale un’elezione a cardinale

Il compositore viterbese fu incaricato da Olimpia Aldobrandini di scrivere un’operetta per festeggiare la prestigiosa investitura di Leopoldo de’ Medici a opera di Clemente IX nel 1668. Ne abbiamo parlato con Luca Guglielmi che ha curato e registrato questa affascinante pagina per la Stradivarius

Maestro Guglielmi, per quali motivi ha voluto registrare proprio questa operetta del compositore viterbese?

Si è trattato di una “commissione” a opera di Bernardino Fantini, all’epoca direttore artistico dei “Concerts Saint-Germain” di Ginevra e attualmente presidente della stessa istituzione. Il dottor Fantini è originario di Nepi, il paese natale di Stradella, nel viterbese, ed era suo desiderio di creare a Ginevra, dove risiede e insegna all’università, un lavoro inedito del suo illustre “compaesano”. Dopo breve ricerca la scelta è caduta su La Circe, per via del soggetto celebrativo a sfondo mitologico nonché per l’organico accessibile alle risorse del festival, che ha fatto fronte alle spese di registrazione con una generosità oggi invero poco comune. Personalmente è stata un’occasione per conoscere e approfondire un periodo da me poco frequentato e un genere che non ho spesso la possibilità di eseguire.

Un ritratto di Alessandro Stradella.

Nell’evoluzione della musica barocca, non solo italiana, che importanza ha un’opera come La Circe di Alessandro Stradella?

La serenata La Circe, o “operetta” o “operina” che dir la si voglia, fa parte di quel genere che è stato per molto tempo la “palestra” per il compositore drammatico che voleva mettersi alla prova o comunque sperimentare gli atteggiamenti più disparati nel musicare un testo poetico. Anni luce prima della verdiana parola scenica già c’era chi tentava di commuovere l’uditorio attraverso situazioni drammatiche ben codificate o comunque rivestite di un’espressione e di una resa “teatrale” impossibile da rendere senza l’ausilio della musica. Per tentare, quindi, un’equivalenza ardita, potremmo dire: la cantata da camera (che tale è la nostra serenata, anche se di maggiori proporzioni) sta al dramma per musica, così come il quartetto per archi sta alla sinfonia. Più sperimentale l’una e più equilibrata l’altra, piena di situazioni sorprendenti la prima, portatrice di messaggi ispirati e definitivi l’altra. È stato sorprendentemente difficile colmare il divario che va dal Monteverdi del teatro veneziano all’opera barocca di Vivaldi e Händel. In mezzo stanno i lavori, i tentativi, le audaci trovate di autori come Sacrati, Ferrari, Cavalli, Carissimi, Gabrielli, Pallavicino e il nostro Stradella.

 

La monumentale Villa Aldobrandini a Frascati.

Quali sono le principali difficoltà tecniche e stilistiche che si devono affrontare in quest’opera e lei e gli altri interpreti come avete potuto risolverle o mediarle?

Innanzitutto l’organico esiguo di soli due violini e basso continuo, per intenderci quello di molta musica da camera e da chiesa di Monteverdi e della più parte delle cantate da camera dal 1650 al 1750, che non favorisce certo la varietà… poi c’è il problema dei recitativi che essendo del genere “da camera”, come lo definisce il Tosi (gli altri due generi, da chiesa e da teatro sono meno “impegnativi”, per così dire: più rigoroso il primo, una via di mezzo tra la chiesa e la camera il secondo) hanno bisogno della massima espressività e della miglior comprensione del testo, senza per questo arrivare ad eccessi “espressionistici”! Abbiamo cercato di ovviare alla possibile “monotonia” dell’accompagnamento con un uso sapiente degli strumenti del basso continuo (clavicembalo, organo, tiorba e viola da gamba) relazionati ai personaggi o alla situazione drammatica. Si è poi cercato di presentare il testo seguendo innanzitutto la prosodia che ne dà lo stesso Stradella attraverso la sua “messa in musica”. Quest’ultimo atteggiamento, credo, dovrebbe sempre essere presente alla mente di chi si accinge all’interpretazione di una composizione drammatica, ossia non si può partire dal testo poetico tout court dato che il compositore ha già stabilito, con le sue note, gli appoggi fondamentali, gli accenti più “giusti” e la velocità del declamato attraverso l’articolazione delle armonie che lo sostengono. Snaturare il testo musicale di un recitativo sulla base di una presunta miglior comprensione del testo poetico è, a mio parere, supponente e antistorico. Con l’occasione dei concerti che hanno reso possibile l’incisione de La Circe abbiamo avuto il piacere di collaborare con cantanti intelligenti e sensibili a questo discorso come Jenny Campanella e Marco Scavazza nonché la fortuna di avere tra noi Teresa Nesci, che oltre a essere un’artista vocale molto preparata è anche esperta di storia della lingua italiana, dizione e autrice di dizionari e enciclopedie!

L’angolo del giardino di villa Aldobrandini dove si svolse la rappresentazione de La Circe.

C’è un autore che non ha ancora affrontato a livello interpretativo e che vorrebbe eseguire in concerto o registrare su disco?

Sì, anzi più di uno! Per rispondere ora direi almeno due dei figli più dotati di Bach ovvero Wilhelm Friedemann e Carl Philipp Emanuel. Per anni e forse a causa di una certa mia immaturità li ho ingiustamente “snobbati” come compositori “leggeri” o comunque “traditori” dell’eredità bachiana… In realtà ora mi piacerebbe molto fare le nove Sonate di Wilhelm Friedemann e una scelta delle Sonate e Rondò für Kenner und Liebhaber [ossia “per intenditori e amanti” NdR] di Carl Philipp Emanuel, vero anello mancante tra Bach e Mozart, con atteggiamenti anticipatori del Beethoven più profondo e ispirato degli “adagi” delle sue sonate. Posso dire di essere almeno consolato dal fatto che anche il grande Gustav Leonhardt fu, a suo tempo, della stessa errata idea, successivamente confutata da alcune memorabili incisioni su clavicordo, clavicembalo e fortepiano e da un vistoso cambio di opinione, forse dovuto anche alla saggezza dell’età e a una maggior comprensione per la storia del fenomeno musicale e della sua relativa contestualizzazione.

Maestro Guglielmi, quali sono i suoi prossimi progetti discografici e concertistici?

Devo confessare che sono parecchio ambiziosi! In ambito discografico, quest’anno registrerò l’integrale de “Das wohltemperierte Clavier” in tre Cd, la prima parte sul clavicembalo originale Christian Zell 1737 del Museo di Barcellona (dove sono docente all’ESMuC) e la seconda parte sulla copia del pianoforte Silbermann realizzata da Kerstin Schwarz. Per quanto riguarda l’attività concertistica invece sarò molto attivo come direttore invitato a Bratislava, a Stoccolma (con l’Orfeus Barockensemble, nuova compagine nata in seno alla Royal Stockholm Philharmonic Orchestra) e all’Aquila, dove dirigerò un programma barocco con l’Orchestra Sinfonica Abruzzese. Futuri programmi, ancora da definire nei dettagli, ma in ambito sinfonico classico-romantico, repertorio che mi è particolarmente congeniale per via dei miei studi di composizione e direzione, mi vedranno alla guida dell’Orchestra della Toscana e dell’Orchestra di Padova e del Veneto.