La nascita del pianoforte

Il clavicembalista e organista Luca Guglielmi, protagonista di un bellissimo disco dedicato alle musiche di Bach eseguite sui primissimi modelli di questo strumento, ci spiega come il “piano et forte” sostituì progressivamente nel tempo il clavicembalo

Maestro Guglielmi, se dobbiamo considerare la storia musicale attraverso l’evoluzione degli strumenti a tastiera come una linea, l’avvento del pianoforte, nei primissimi decenni del XVIII secolo, rappresenta una prosecuzione oppure una svolta?

Considerato che la vera evoluzione è solo quella dell’Arte Musicale, che si serve degli strumenti ed è loro fautrice, e non il contrario, io credo che si tratti di una prosecuzione. Infatti, la necessità di uno strumento che possa realizzare “il parlar del cuore” viene sentita in seno all’accademia fiorentina che faceva capo a Ferdinando de’ Medici, reggente molto dedito alle arti. Il padovano Bartolomeo Cristofori, voluto a Firenze dallo stesso Ferdinando come “strumentaio” della corte medicea, realizzò così un sogno nato nell’immaginazione degli accademici, che speculavano sulla possibilità di far “incarnare” la musica in un corpo più plasmabile ed espressivo allo stesso tempo. Tuttavia, come accennato, non ci fu una rottura drastica; per quasi tutto il secolo XVIII clavicembalo e pianoforte/fortepiano stettero l’uno accanto all’altro con piena dignità. Ma non basta. Anche la scrittura musicale, e quindi con essa la letteratura, solo molto lentamente divenne più idiomatica per il pianoforte. Ancora nel 1789 a Dresda, Mozart suonò il suo concerto in re maggiore “dell’Incoronazione” KV 537 sul clavicembalo, dato che non vi erano fortepiani a disposizione.

Per far capire meglio, il pianoforte costruito da Cristofori e quello migliorato poi da Silbermann, quest’ultimo provato e suonato da Bach, in che cosa differiva rispetto ai modelli moderni?

Cristofori fu un genio assoluto che esaurì praticamente tutte le possibilità evolutive della meccanica da lui inventata in appena trent’anni. Fin da subito comprese che il solo modo per controllare la corsa del martello verso le corde era quello di impostare un sistema di tre leve, ossia: leva del tasto, leva intermedia e leva del martello, il tutto dotato di uno “scappamento” che consentisse al martello di “scappare”, appunto, dalla corda non appena percossa. Anche il paramartello è già presente nella meccanica originaria. Questo è lo stesso sistema del pianoforte moderno, che nacque già perfetto dalla testa del suo costruttore come Atena da quella di Zeus. Si pensi che nessuna modifica significativa sarà applicata alla meccanica Cristofori fino al secolo successivo, quando Sébastien Érard, a Parigi, inventò il “doppio scappamento” aggiungendo una sola leva alla meccanica di Cristofori. Silbermann copiò tal quale la meccanica più evoluta del Cristofori da un esemplare che era in possesso del conte von Watzdorf a Crostau, dove stava costruendo un organo per la locale comunità, a partire dal 1726. Ovviamente, sia lo strumento di Cristofori che quello di Silbermann risentono dell’estetica sonora dell’epoca e infatti la loro meccanica trova applicazione su dei “corpi sonori” del tutto simili ai clavicembali a loro coevi. Tutta l’evoluzione ulteriore del pianoforte consistette in un progressivo aumento della sonorità, raggiunta poco a poco aumentando il numero delle corde, innalzando la tensione, migliorando la struttura e il telaio, fino a giungere alle “mostruosità” (sia detto con ironia, ma non troppo… ) dei nostri giorni, su cui è difficile suonare praticamente tutto il repertorio con proprietà e su cui tutto suona solo uguale, forte e “ingombrante”… Per aggiungere un particolare che riguarda l’evoluzione “tecnica”, posso aggiungere che dopo Silbermann si ebbero due vie parallele, quella viennese e quella inglese. Il punto essenziale era che la meccanica Cristofori era troppo complicata e costosa da realizzare. Stein e Walter misero a punto una meccanica molto più economica, semplice e leggera, ma che non è paragonabile a quella di Cristofori per eleganza di progetto e per controllo della corsa del martello. Gli allievi di Silbermann in Inghilterra, in particolare Zumpe, misero a punto anche loro una meccanica più semplice ma soprattutto resero popolare il pianoforte “a tavolino” tra la nascente borghesia, che si appassionò al nuovo strumento e che fece sì che il grande successo si trascinasse dietro la possibilità di far evolvere anche lo strumento “a coda” il quale prese le mosse dal pianoforte di Cristofori/Silbermann per diventare il grande Broadwood. Da questo discendono poi i moderni pianoforti di Érard, Pleyel, Steinway, etc. Solo Bösendorfer a Vienna ha mantenuto un legame con la meccanica viennese di Mozart, dando al suo strumento ancora oggi una particolare leggerezza e chiarezza.

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Tenuto conto della sua giusta considerazione, in sede di presentazione del CD “Bach & The Early Pianoforte”, ossia che ogni disputa tra coloro che considerano la musica di Bach eseguibile solo al clavicembalo e quelli che invece sostengono che dev’essere eseguita al pianoforte è del tutto sterile, che differenze stilistiche ed espressive comporta suonare Bach al clavicembalo e al pianoforte?

Sarò forse considerato un eretico ma io credo che sarebbe molto meglio operare delle vere e proprie trascrizioni e aggiustamenti ogni volta che si esegue Bach al pianoforte moderno. Liszt e Busoni avevano ragione. Il pianoforte di oggi è tutt’altro strumento rispetto al clavicembalo e sarebbe far torto al genio di Bach pensare che egli avrebbe scritto la sua musica nello stesso modo se avesse conosciuto il moderno pianoforte… al contrario ne avrebbe sfruttato tutte le possibilità, come fece con il clavicembalo. Quindi nessun limite a semplificazioni degli abbellimenti, raddoppi d’ottava e riempimenti armonici. Tutto ciò che suona “giusto” sul cembalo raramente trova la stessa compiutezza sul pianoforte. Quando poi un pianista vuole porsi in “concorrenza” col clavicembalo, per così dire, e fare le “note di Bach” ecco che subito nascono problemi di adattamento con gli abbellimenti (che per quanto informato l’esecutore sia suoneranno sempre più come il campanello dell’ingresso di casa che come sensuali “graces”), con l’arte dell’arpeggiare gli accordi e le melodie sul basso (che sul pianoforte suona sempre artificiale e poco fluido) e con il vuoto che a volte crea la scrittura a due voci, che il cembalo rende con trasparenza e nobiltà e che sul pianoforte moderno suona e povera e scarna, dando adito a interpretazioni “lunari” ed “impressioniste/espressioniste” affatto avulse dallo stile e dall’estetica bachiana in genere.

Eppure, lo strumento preferito dal Kantor fu il clavicordo, in quanto per via del suo timbro flebile, Bach poteva suonarlo nelle ore notturne senza disturbare i familiari e i vicini. Ma, a parte queste motivazioni tramandateci dalla storia, dobbiamo veramente credere che Bach amasse in modo particolare il suono del clavicordo?

A quanto dicono le fonti, sì! Anche il secondogenito di Bach, Carl Philipp Emanuel, che pure considerava il clavicordo lo strumento “principe” della formazione dell’esecutore di gusto, ci dice quanto il padre tenesse in considerazione il flebile strumento. Le sonate e le partite per violino furono spesso suonate da Bach al clavicordo e, in generale, tutta la sua musica “monodica” trova un’esecuzione quasi ideale su questo strumento. Questi esercizi di “alta composizione” a una voce quali sono le sonate e le partite, le suites per violoncello, la partita per flauto, rivelano la loro ricca armonia celata dalla magrezza della linea melodica attraverso la risonanza delle corde del clavicordo, che svela anche l’impossibilità dell’aggiunta di altre voci, dato che tutto è già contenuto in essa. Ancora oggi il clavicordo esercita un grande fascino sugli interpreti, professionisti e “amateurs”. Vere e proprie società “esoteriche” dedicate al clavicordo organizzano concerti, conferenze e mostre di strumenti per perpetuarne l’interesse e la passione. Il clavicordo era un po’, mutatis mutandis, come il pianoforte verticale nelle case borghesi dell’Otto e del Novecento: non poteva mancare. L’iconografia mostra il clavicordo già dal Quattrocento e se ne continuarono a costruire fino a Ottocento inoltrato. Anche Mozart, Beethoven e Schubert lo suonarono! A noi oggi può sembrare incredibile e fianco ridicolo. Ma ciò è colpa più che altro della nostra esagerata attenzione al fenomeno del suono e delle sue qualità a discapito della Musica, che usa il suono per incarnarsi e ne fa il veicolo delle sue mistiche e segrete comunicazioni.

Luca Gugliemi, Jordi Savall & Le Concert des NationsAndrea Bedetti